Ne prendo atto e non commento…però il grande Berengo Gardin mette troppa carne al fuoco finendo per fare indigestione. Sostiene cose assolutamente condivisibili ma sono anche convinto che non sia il mezzo (la macchina fotografica con o senza pellicola) ma l’uso che se ne fa a decretare la buona riuscita o il fallimento di una foto o di un reportage.

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Il fotografo Gianni Berengo Gardin ha polemizzato, a sproposito, sul valore della fotografia digitale.

Comunque il mondo della fotografia va nella direzione opposta…probabilmente la comparsa della pellicola a colori ha suscitato le stesse polemiche tra i sostenitori del bianco & nero. E sicuramente altrettanto è accaduto nell’800 tra i sostenitori della tela dipinta e della scultura figurativa nei confronti dei primi alchimisti che ritraevano la realtà delle cose con uno strano apparecchio fatto di legno e dotato di lenti. Quindi….nulla di nuovo sotto il sole.

di Paolo Mozzo da L’Arena del 28 gennaio 2009

Il maestro è sincero. E impietoso: «Il digitale? Non è fotografia». Concede: «Va bene per chi segue lo sport, la cronaca o sta dentro una guerra. È immediato, ma non interessa i collezionisti», non è «fruibile» da chi ami «l’immagine tradizionale, quella che nasce dai sali d’argento». C’è di che rischiare il rogo, nell’era dei megapixel a evoluzione esponenziale. Ma nessuno toccherà il profeta «eretico»: all’anagrafe, infatti, figura come Gianni Berengo Gardin, classe 1930, ligure di Santa Margherita, 150 volumi di immagini all’attivo, firma illustre dell’agenzia Contrasto, premi da riempire un armadio, ultimo il «Lucie Award», che alla prima edizione venne assegnato a Henry Cartier Bresson.
Ha raccontato l’Italia, e un bel po’ di mondo, dal dopoguerra a oggi. Ora, citando Paolo Morello («Guida pratica al mercato della fotografia», Istituto superiore di storia della fotografia), traccia un solco, incolmabile fa capire, tra pellicola (bianco e nero) e sensori digitali. «Se ne va il concetto stesso di archivio (il suo conta un milione e 350 mila negativi, ndr), perché l’immagine elettronica, se non la si replichi continuamente, rischia di sparire». «Hanno detto che la pellicola era morta, ma io ne trovo, ne troveremo ancora a lungo; e vedo anche ragazzi accantonare i megapixel per caricare la vecchia fotocamera con un rullino. Di recente ho spedito cinque stampe a un committente», racconta, «il quale mi ha poi scritto: “Finalmente non il solito cd confezionato male».
«Quella del digitale», incalza, «è una mania tutta italiana; negli Stati Uniti escono ben cinque riviste dedicate al bianco e nero, vorrà pur dire qualcosa. Io credo che una consistente minoranza resterà fedele anche in futuro all’immagine tradizionale».
Non è però troppo ottimista, Berengo Gardin, sul futuro della fotografia. «I giovani, con poche eccezioni», ammette, «non amano più il reportage. È difficile, duro: si buttano sull’artistico, o presunto tale, sul concettuale, su divi e veline. Così va smarrito il valore fondamentale della testimonianza».
«Certo», ammette, «non è solo colpa loro: i giornali pagano poco e certi servizi sono difficili da vendere….». Ovvero: chi scava con l’obiettivo nel pus della società non è detto che riesca a vivere delle sue immagini. «Le grandi riviste hanno abdicato al ruolo di propagatrici della bella fotografia. Oggi è più facile, ma inquietante, vedere grandi servizi reportage su settimanali femminili. Ovvio che Salgado, per citare un illustre, così proposto non possa produrre proseliti. E troppe “picture editor” sono ragazzine che della storia della fotografia sanno poco o nulla».
I tempi sono cambiati. E il maestro, che ancora li osserva attraverso il mirino, non se lo nasconde. Il Neorealismo postbellico, figlio di «Life», dell’opera dei fotografi «sociali» mandati in campo per raccontare l’America dalla «Farm Security Administration» sul finire degli anni Trenta, è nel suo corredo genetico: «La fotocamera non è stata inventata per replicare la pittura o la scultura ma per essere mezzo di testimonianza: solo in ciò essa può condurre a un risultato che è anche, intrinsecamente, artistico». Frammenti del tempo di uomini e donne, della società. Sotto i riflettori o negli angoli bui, anche sotto casa. «C’è ancora molto da raccontare, la vita di tutti i giorni, piccole e grandi cose. Ma sia chiaro: non basta la fotocamera, un fotografo cresce in anni di studio, di osservazione dei maestri. La pubblicità dice “non pensare, scatta”: io sostengo il contrario». Cartier Bresson sosteneva che una foto fosse «l’allineamento di testa, occhi e cuore».
Berengo Gardin, a rischio di «eresia», va per la sua strada: non ama la «moltiplicazione dei generi», lo «slittamento «verso l’immagine che fa trascorrere ore e ore al computer per la cosiddetta postproduzione» di migliaia di scatti.
«I galleristi? Rovinano tutto», si infervora. «È un dato di fatto che alle mostre di concettuosi “artisti” della fotografia vadano in un una ventina, inclusi amici e parenti. Alle grandi rassegne sul reportage, quello vero, invece, ci sono le code all’ingresso».
Ergo? «La vera fotografia, che racconta e testimonia, è ancora viva, sta benissimo e interessa il pubblico». Forse non altrettanto chi gestisce, da manager, tendenze e rassegne. Nè i concorsi, dove dominano le solite immagini di «bonzi» asiatici e occhioni di bambini in miseria: «Io non sono mai andato in Africa per non cadere nella banalità, in quella che Susan Sontag («Sulla fotografia», ndr) bollava come assuefazione. I dilettanti sperano di recuperare i soldi del viaggio esotico vendendo foto alle agenzie di “stock”…».
Sono comunque un privilegiato», confessa Berengo Gardin, «perchè faccio ciò che amo e mi pagano….». Progetti? «Sto lavorando a un volume su Camogli (le radici liguri…) e a un altro, complesso, sulla Resistenza, attraverso luoghi, storia e persone. Quando scatto provo ancora l’entusiasmo di sempre e sogno di vedere la serietà trionfare sulla frivolezza che oggi domina. Mi piacerebbe che i giovani che seguono questa strada capissero il valore profondo di un “racconto” in bianco e nero. E tenessero il digitale per le “urgenze”…».
Il maestro è conscio di apparire un po’ «eretico». Ma ha la saggezza dell’età e del mestiere. Non lo dice ma sa che le sue immagini, istanti di vita impressi nell’argento, saranno ancora arte da esporre quando molti «guru» di Photoshop saranno svaniti. In un «bit».

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Ne prendo atto e non commento...però il grande Berengo Gardin mette troppa carne al fuoco finendo per fare indigestione. Sostiene cose assolutamente condivisibili ma sono anche convinto che non sia il mezzo (la macchina fotografica con o senza pellicola) ma l'uso che se ne fa a decretare la buona...